Una voce fuori dal Chorus (Life): intervento pubblico o speculazione privata?

Bergamo – Progetti pubblici, privati, riutilizzo di aree dismesse: Bergamo cambierà molto nei prossimi anni, modificando sensibilmente il suo territorio urbano. Ci sono molte aree dismesse disponibili, ex-aree industriali e beni pubblici che possono tramutarsi in progetti che riqualificano quartieri e territori. Sarà così? L’amministrazione di Giorgio Gori ha investito molto in termini di visibilità su questo tema e le trasformazioni urbane sembrano essere al centro delle politiche comunali. Ma i progetti vanno analizzati e i processi di trasformazione non sono tutti uguali.

Il 18 aprile e il 29 maggio presso il Centro Famiglia di Via Legrenzi sono stati tenuti due incontri aperti ai comitati e ai cittadini di Redona per presentare e illustrare il progetto “Chorus Life”, un progetto privato ideato dalla proprietà dell’area EX-Ote che è la Gewiss. Domenico Bosatelli, patron della Gewiss, ha comprato tutta l’area che era divisa in terreni di ex-aziende con diversi proprietari (tra cui Antonio Percassi) e ha deciso di investire 100 milioni di euro per un progetto in linea con i tempi.

Sono previsti un palazzetto dello sport che diventerà anche un’arena per spettacoli di 6.500 posti ad uso privato per 305 giorni all’anno, e un parcheggio da 1.100 posti, sempre ad uso privato, oltre alla costruzione di hotel, di un centro benessere, un ristorante di lusso, 100 appartamenti, una palestra comunale da 350 posti e spazi commerciali per un totale di 15.000 mc e spazi verdi.

Commenti totalmente positivi, amministrazione felice di avere un palazzetto nuovo per la città, una palestra per il quartiere e un’area dismessa, ad oggi inutile, trasformata in un progetto importante. Tutto vero. Ma nonostante l’apparente successo della presentazione del progetto il 18 aprile, alcuni cittadini di Redona e non solo hanno posto l’accento su alcuni punti del progetto “Chrous Life”.

Che non si tratti di un intervento pubblico di materia urbanistica che risponda a istanze del quartiere sembra piuttosto chiaro. E’ un intervento ampio, con ingenti capitali, che mette a valore un’area dismessa, che ha raso al suolo ciò che c’era e prevede costruzioni nuove. E’ un intervento, citando uno degli abitanti di Redona, “per are business”. Mettere a valore un’area spesso, infatti, significa proprio questo: l’imprenditore privato investe del capitale nel progetto, ma vuole un ritorno che sia indipendente dai bisogni pubblici, che vengono in secondo piano. Se si riesce a rispondere a qualche esigenza ben venga, ma questa eventualità non rappresenta la centralità dell’intervento. Il nuovo palazzetto dello sport, infatti, sarà a disposizione delle squadre della nostra città per circa 60 giornate annue; per il resto del tempo sarà gestito da una società alla quale Bosatelli darà in gestione il palazzetto per grandi eventi. Difficile, quindi, definire questo un “un intervento pubblico”: il palazzetto a gestione privata ricorda molto il palazzetto del ghiaccio costruito da Italcementi, con costi alti per la popolazione e di difficile fruizione, per esempio per le scuole. Tutta la parte commerciale, l’hotel, il centro benessere e gli appartamenti saranno patrimonio privato, utile per ricavare profitto. Tutti elementi che non servivano ad un quartiere come quello di Redona. Ma, durante l’incontro, posti questi dubbi, viene detto che l’area era privata, e che dunque ben vengano la palestra e gli altri servizi che possono avere una ricaduta pubblica.

Siamo sicuri che sia proprio così? Redona e i suoi abitanti necessitano di un progetto simile? Qual è il ruolo di un’amministrazione, che solo grazie ad interventi privati si ricorda della palestra comunale promessa e di una viabilità con alto impatto di traffico? La palestra, infatti, era già stata concordata con il comitato di quartiere degli abitanti di Redona, e la convenzione per la sua realizzazione è stata stralciata da Gori, che non ha rispettato i patti presi. Dunque questo inserimento nel nuovo progetto non è un regalo al quartiere di un benefattore illuminato, bensì una restituzione già dovuta.

Inoltre i dubbi riguardano l’area stessa dell’Ex-Ote, dove era presente l’industria Ote, che si occupava di trasformatori elettrici. Chiusa da 30 anni, questi trasformatori hanno avuto un impatto inquinante sul territorio: dai rilevamenti fatti nel terreno e nella falda acquifera si sono rilevate tracce di materiali altamente nocivi come idrocarburi e PCB che superano anche i limiti di legge , dunque con possibile pericolo per la salute pubblica. Sono state poste all’amministrazione questi dubbi e nell’incontro successivo, quello del 29 maggio, la responsabile del Comune del Servizio ecologia e ambiente Alessandra Salvi ha provato a dare alcune risposte. Risposte non esaustive, però, in quanto la bonifica va ancora fatta, e non è chiaro se ci sia stato un inquinamento delle falde. Nonostante si cerchino di calmare le acque, le problematiche restano. La pericolosità accertata di questi inquinanti non è a oggi su quel sito eliminata.

Sicuramente un problema di salute pubblica è stato trascurato per decenni e dunque un sito privato contaminato è rimasto lì, senza nessun intervento. Questo apre una riflessione sulla salute pubblica subordinata all’intervento privato, come detto durante gli incontri: senza l’intervento del privato e del suo investimento non si procede alla bonifica.

Dagli elementi raccolti in questi incontri di illustrazione apprendiamo come la città si prepara al suo futuro: arre dismesse, che fanno “gola” a soggetti privati che possono investirvi permetteranno alcune migliorie pubbliche in quartieri con alcune criticità che l’amministrazione comunale non è in grado di affrontare, né politicamente, né con interventi finanziari. Questo tipo di progetti, però, non avrà nessun reale processo partecipativo. Infatti soprattutto nel secondo incontro riguardo l’area dell’ex-Ote, da alcuni cittadini è stato fatto notare che questo incontro era di mera illustrazione e non, come sostenuto dall’assessore Francesco Valesini, “un incontro in cui raccogliere suggerimenti” o, ancora, “un’occasione per poter dire la propria sul progetto”. Il progetto è stato già approvato da chi vi ha investito denaro e lo ha commissionato ad uno studio di architetti: e dunque non si modificherà, neanche negli aspetti più insignificanti.

Un processo partecipativo prevede un lungo iter di coinvolgimento di cittadini che hanno a disposizione i progetti, e che apportano modifiche, se necessario. Non è presentando un progetto già finanziato che si accolgono i suggerimenti della popolazione che vive il proprio territorio. E se poi, quando vengono fatte critiche, ci si trincera dietro il fatto che il progetto è privato, ecco che l’iniziativa diviene palesemente un semplice incontro di sola illustrazione.

Redona necessitava di una palestra, di soluzioni ben studiate per la viabilità, e di valorizzare il passaggio della Teb con un parcheggio di snodo. Non di certo necessitava di hotel di lusso, appartamenti ad alto valore: attività commerciali che non aiutano chi abita in questo quartiere. Quello dell’Ex-Ote sarà un affare che resterà circoscritto all’area: turisti, fruitori delle attività che non porteranno nulla a Redona e alle sue attività commerciali storiche che, anzi, potrebbero pure dover chiudere per la concorrenza, portando quindi alla perdita dei servizi per i cittadini. Il valore degli appartamenti e dell’area attirerà capitali, ma potrebbe portare a un aumento di valore degli immobili nei quartieri: spesso questo innesca un meccanismo che aumenta i costi della vita espellendo gli abitanti originari dai propri quartieri, impoverendoli del loro stesso tessuto sociale, e rendendoli di fatto periferia urbana della città.

Città costruite a misura degli investitori, progetti con molte costruzioni che portano profitto ai privati, con infrastrutture che aumentano traffico, ma che servono per la logistica delle merci e dei grandi supermercati, piazzati spesso in agglomerati nuovi. Novità che non servono certo ai cittadini, che raccolgono le briciole di questi interventi che possiamo definire utilizzando una voce fuori dal Chorus: speculativi. Se saranno di questo tipo tutti i progetti di riqualificazione di aree dismesse a Bergamo, l’utilità pubblica sarà sempre di più messa in un angolo, e le scelte dei cittadini non saranno contemplate.

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