Cronaca di una strage che doveva essere evitata

Bergamo – Le sirene delle ambulanze risuonano in tutta la città e la provincia di giorno e di notte, l’andirivieni continuo è il termometro della tragedia immane che sta conoscendo il territorio della bergamasca, alle prese con la crisi più grave dal dopoguerra. Le immagini dei servizi giornalistici dagli ospedali della nostra provincia sono sconvolgenti, testimoniano la lotta per la sopravvivenza di centinaia di persone e lo sforzo immane del personale sanitario (sottodimensionato), su cui ricade il peso dell’emergenza con ritmi e proporzioni senza precedenti, e i rischi per la salute cui nessuna persona dovrebbe mai essere sottoposta sul luogo di lavoro. Già, perché quelle persone a cui i media attribuiscono ossessivamente l’appellativo di eroi ed eroine sono lavoratori e lavoratrici, di cui mai dovremmo dare per scontato il sacrificio, l’esposizione a fattori di rischio potenzialmente letali (anche per parenti), turni massacranti oltre il sopportabile, traumi psicologici inevitabili e assenza di compensazioni.

Oggi come mai prima negli ultimi tre decenni appaiono chiari tanto il valore irrinunciabile della sanità pubblica quanto le conseguenze nefaste di dieci anni di tagli alla spesa statale, che hanno fatto del nostro paese il fanalino di coda europeo in termini di spesa sanitaria e numero di posti letto e personale infermieristico per abitante. La riduzione dei posti letto nel passaggio tra il vecchio Ospedale Maggiore di Bergamo e il Papa Giovanni XXIII, la chiusura o parziale dismissione delle strutture sanitarie ‘periferiche’ e il dirottamento di centinaia di milioni di euro di fondi statali destinati alla sanità lombarda verso strutture private ‘convenzionate’ oggi presentano un conto drammatico, che si misura in sacrificio di vite umane e limitata (troppo limitata) operatività del sistema sanitario.

Una consapevolezza che ora arriva nelle nostre case come uno schiaffo, nella forma di ‘condanna all’auto-cura’, diritto sospeso alla salute e persino alla più basilare diagnosi. Tutti e tutte noi oggi abbiamo conoscenza diretta di decine di casi, solo nelle nostre reti amicali e parentali, di persone costrette a curarsi da sé, senza certezza di cosa stiano curando e di come debba essere trattato farmacologicamente. Sono storie che sfuggono alle statistiche ufficiali per l’impossibilità di effettuare un tampone, o anche solo di accedere a visite mediche ambulatoriali (persino il circuito dei medici di base è saltato, tra 100 e 150 sono in malattia o in isolamento) e ricovero precauzionale; si stimano centinaia di persone costrette a inventarsi protocolli sanitari domestici, gestire crisi respiratorie a casa e in solitudine, che continuamente si ammalano e a volte muoiono al di fuori delle statistiche.

E mentre alle finestre delle abitazioni appaiono un po’ ovunque cartelli che assicurano, quasi per farci forza a vicenda, che “andrà tutto bene”, tutto suggerisce che le cose non stiano andando bene per niente. È stato lo stesso Sindaco di Bergamo Giorgio Gori, dopo la grave sottovalutazione dei primi giorni (quelli degli appelli a non fermarsi, a uscire a cena in compagnia, a vivere la città come se nulla fosse), a riconoscere pubblicamente che il Papa Giovanni XXIII (dove ora i reparti riconvertiti per il trattamento di pazienti Covid-19 è salito a 6) non era più nelle condizioni di garantire cure adeguate e respirazione ausiliare a tutte e tutti, che in ospedale scarseggiavano persino le mascherine, che avevamo ormai superato il punto di caduta. Poco più di una settimana dopo, quando ancora negli occhi di tutta la città ci sono le istantanee agghiaccianti dei mezzi dell’esercito che trasferiscono i cadaveri in Emilia-Romagna per la cremazione, è chiaro che la situazione è fuori controllo.

Le morti in provincia non si contano più, L’Eco di Bergamo pubblica ogni giorno dalle 10 alle 12 pagine dedicate a persone decedute e partecipazioni, L’Assessore ai Servizi Demografici del Comune di Bergamo Giacomo Angeloni ha confermato un numero di decessi fino a 5 volte superiore a quello dello stesso periodo dell’anno scorso: come denunciato a mezzo stampa da diversi sindaci della provincia nello corso della scorsa settimana, si tratta di cifre che sconfessano le statistiche ufficiali fornite dalla ragione Lombardia e dalla Protezione civile che sottostimano colpevolmente l’entità della pandemia. Quanto accaduto nella nostra provincia non è normale, e per giorni è stato sotto-rappresentato dalle cronache mediatiche e dalle comunicazioni istituzionali. Poi qualcosa è cambiato: il personale sanitario ha cominciato a comunicare a titolo personale attraverso i social, persone malate ‘non ufficiali’ hanno cominciato a raccontare la propria quotidianità di auto-cura e isolamento, nonché la violenza di un virus rappresentato fino a poche settimane prima come una forte influenza o poco più.

Ma come ha potuto la situazione degenerare fino a questo punto? È questa una domanda che negli ultimi giorni hanno cominciato a porsi residenti e familiari delle vittime di Covid-19, a partire dalla bassa Val Seriana, dove tutto è partito e la cui popolazione sta pagando il tributo più alto. Andiamo con ordine. Domenica 23 febbraio, a soli 3 giorni dal primo caso di Codogno (in provincia di Lodi), giunge la conferma di 2 casi di Covid-19 all’Ospedale di Alzano. Il Pronto Soccorso dell’ospedale viene chiuso immediatamente, causa il transito per i locali dello stesso delle due persone risultate positive, ma poi riapre dopo poche ore e, stante quanto ricostruito finora, senza che siano state adottate adeguate misure di sanificazione. In breve l’ospedale diventa il terzo focolaio nel Nord Italia; tuttavia, mentre in provincia di Lodi e nel focolaio veneto vengono create due zone rosse circoscritte (che nel giro di 10 giorni si dimostrano efficaci nel rallentare la propagazione del virus), il focolaio di Alzano e Nembro non viene contenuto con alcuna misura restrittiva.

Cosa è accaduto? Ripercorrendo il dibattito mediatico e le comunicazioni ufficiali di quei giorni la dinamica che ha ostacolato l’istituzione di una zona rossa emerge chiaramente. Confindustria, all’unisono con le imprese dell’area interessata, si oppone da subito all’ipotesi: l’accessibilità delle relative aree industriali e la praticabilità senza limitazioni delle direttrici viarie vengono indicate come fattori strategici per la continuità produttiva, l’opzione zona rossa (anche per un arco di tempo limitato) è stigmatizzata come foriera di danni economici incalcolabili. Per comprendere la posta in gioco bisogna tenere conto delle caratteristiche produttive della bassa Val Seriana: territorio considerato a ragione uno dei motori industriali del sistema economico nazionale, un nodo strategico del settore automotive integrato con la ‘locomotiva’ economica tedesca; basti dire che i due soli comuni di Alzano e Nembro (poco più di 25’000 abitanti in totale) contano un indotto di circa 370 imprese, con un fatturato di oltre 650 milioni di euro l’anno. E poi ci sono gruppi influenti che hanno fatto il salto di scala, come Polini Motori, Persico Group (dove viene realizzata Luna Rossa), Radici Group, Pigna.

Imprese che pesano e Confindustria rivolgono appelli ai mercati globali assicurando continuità produttiva. Radici Group rilascia un comunicato il 26 febbraio dal titolo eloquente ‘Business asusual’, mentre Confindustria diffonde uno spot intitolato ‘#bergamoisrunning’ dove si sostiene che l’entità del contagio sarebbe sovradimensionata da uno screening ‘troppo’ scrupoloso (ad oggi lo spot resta sul Canale Youtube di Confindustria Bergamo, poi il sito della stessa pubblica in data 11 marzo un comunicato che conferma l’irrinunciabilità della continuità produttiva anche per settori non essenziali). Lo stesso Sindaco di Alzano Camillo Bertocchi della Lega aveva preso le parti delle imprese locali, avversando a mezzo stampa l’ipotesi zona rossa ‒ salvo ora affermare il contrario tentando maldestramente di scaricare il barile al Sindaco di Bergamo. Non è chiaro quale sia stato il fattore decisivo nella scelta di negare la zona rossa ad Alzano e Nembro, ma testimonianze parlano di militari già in loco per attivare le limitazioni e un contrordine giunto all’ultimo minuto. Chi si è messo di traverso ostacolando l’istituzione di misure che avrebbero salvato vite e rallentato e contenuto il contagio nella provincia?

Non c’è un risposta a questa domanda, non ancora. Ma sono diverse le voci levatesi nell’ultima settimana a confermare come la continuità produttiva delle funzioni economiche non essenziali sia causa primaria e revocabile di mobilità delle persone, dunque di diffusione del virus. Sono centinaia di migliaia le persone che nella regione continuano a lavorare per garantire il funzionamento delle città, con grandi rischi per sé e chi vi entra a contatto e, spesso, senza adeguate tutele e protezioni sanitarie. A Bergamo, solo settimana passata, due dipendenti di Poste Italiane hanno perso la vita a causa di Covid-19, mentre non si calcola il numero di lavoratrici e lavoratori in malattia. Altrettante persone sono però costrette al lavoro in settori non essenziali che potrebbero fermarsi ‒ sono oltre 300’000 solo nell’area metropolitana di Milano secondo stime della Camera del Lavoro ‒, ma deroghe, eccezioni e cautele del nuovo decreto governativo, ancora in sospeso causa pressioni insistenti di Confindustria, non sembrano prospettare svolte sostanziali su questo fronte. È quanto accaduto ad Alzano ma su una scala più ampia: in gioco c’è la possibilità di salvare vite umane, possibilmente risparmiando ad altre regioni quanto drammaticamente accaduto nella nostra.

Ed è per questo che serve fare luce su quanto accaduto in Val Seriana, e continuare a parlarne. Non si tratta di lanciare anatemi armati del senno di poi. Piuttosto, la legittima aspettativa della popolazione è quella di conoscere la verità, di ottenere trasparenza su quanto accaduto. In rete è già partita una petizione lanciata da una residente di Alzano per chiedere verità e giustizia per la sua famiglia e tutte le vittime del focolaio (incontrastato) di Alzano e Nembro, petizione che in queste ore sta già superando il tetto delle 2’500 firme di residenti. Sono due le domande sollevate dalla petizione e da tante persone residenti. Chi ha disposto la riapertura del pronto soccorso di Alzano senza le opportune misure di sanificazione, mettendo a repentaglio la salute tanto del personale sanitario quanto di pazienti, familiari e conoscenti, nonché abitanti dei due comuni? Quali ingerenze, a diversi livelli di governo (dal locale a quello regionale, fino al governo nazionale), hanno condotto alla dismissione dell’ipotesi di zona rossa scatenando una disastrosa diffusione provinciale del contagio?

Sono domande urgenti, che bisogna continuare a porre fin da ora, perché con il calare dell’emergenza, quando tutto questo sarà finito e faremo la conta lacerante dei danni e delle vite strappate ai nostri affetti, non cali anche l’attenzione su chi poteva fare e ha scelto di sottrarsi alle proprie responsabilità, su chi, con le sue azioni, ha messo a repentaglio la salute e la vita di tante, troppe persone. Diverse voci rappresentano oggi la pandemia come una guerra, termine però inappropriato, perché invoca e giustifica l’impiego e il sacrificio di vite e risorse collettive per ‘ragioni di forza maggiore’: proprio come quelle ragioni mobilitate oggi in favore della continuità produttiva non essenziale e al prezzo della salute di chi lavora. Non siamo in guerra, dunque, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che quella di Alzano e Nembro sia stata una strage, una strage che doveva essere evitata.

Foto: 2020 © Roberto Giussani-Red zone chronicles

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