Essere assistente educatrice a scuola

Abbiamo ricevuto questa lettera da una ragazza che lavora come assistente educatrice in una scuola di Bergamo tramite una nota cooperativa della città. Pubblichiamo qui le sue parole per iniziare a porre l’attenzione sulle condizioni di lavoro in cui si ritrovano tanti altri educatori ed educatrici come lei.

Ricordiamo che chiunque voglia condividere con noi, rimanendo nell’anonimato, le proprie esperienze e le proprie problematiche sul posto di lavoro può mandare un messaggio privato alla nostra pagina Facebook, o una mail a bgreport@autistici.org.

“Era da un po’ che volevo scrivere riguardo il mio lavoro. So di essere, purtroppo, la voce di molti colleghi e colleghe: ho ascoltato storie praticamente identiche alle mie, e ora che mi ritrovo a parlarne è come se ne parlassero anche loro.
Lavoro come assistente educatrice a scuola, tramite una nota cooperativa di Bergamo. Ho iniziato a svolgere questo lavoro quasi per caso, ma dal momento stesso in cui iniziai capii che era la strada giusta per me. Il mio è un lavoro di cura della persona, di educazione all’affettivitá e alla socialitá, ma anche all’autonomia, fisica e di pensiero; è un lavoro per il quale sono necessarie progettualità, sensibilità, capacità di mettersi in gioco e di affrontare costantemente nuove dinamiche, perché si lavora con delle persone in carne e ossa, che presentano sì delle fragilità fisiche, cognitive o emotive, ma che persone rimangono, con i loro caratteri e i loro vissuti, e averci a che fare ogni giorno, accompagnarle in un percorso di crescita è un lavoro arduo che, nelle scuole, è anche accompagnato da una parte di supporto didattico. In poche parole, sebbene le persone siano sempre diverse, il mio lavoro consiste nell’andare a scuola e affiancare il ragazzo o la ragazza che mi è stato assegnato a inizio dell’anno e, comprendendone le difficoltà, aiutarlo o aiutarla il più possibile a raggiungere gli obbiettivi predisposti, dalla promozione a una buona condotta, da una maggiore autonomia a una maggior consapevolezza, e così via. Molte volte, poi, oltre a seguire nello specifico l’utenza alla quale sono stata assegnata, le circostanze mi portano ad accompagnare in realtà tutta la classe in nome dell’integrazione e dell’educazione, principi di socialità più che di individualità.
È un lavoro di per sé stimolante e interessante, dal peso psicologico e a volte fisico non irrilevante, soprattutto quando si ha a che fare con disabilità più o meno gravi. Se lo si svolge con passione e determinazione, dandogli il valore che merita, è però un lavoro che non cambierei mai con nessun’altra occupazione al mondo, perché ha aperto una porta della mia vita che si è rivelata essere quella migliore per me, per cui sento di aver le competenze (competenze che sto sviluppando studiando) e le capacità necessarie.

Ma è qui, quando scrivo la frase “dandogli il valore che merita”, che casca l’asino. Sì, perché nonostante quella che ritengo essere una figura di fondamentale importanza nell’assistenza alla persona, soprattutto in un contesto educativo come dovrebbe essere quello della scuola, le condizioni nelle quali ci ritroviamo a lavorare sono quanto meno assurde. Lo stipendio è infimo: uso appositamente questo termine crudo per farvi capire come mi sento ogni mese leggendo la busta paga di poco più di 500 euro per tutti i giorni della settimana passati a scuola. Per tutti i giorni quando va bene: non tutti sanno, infatti, che se il ragazzo che seguo a scuola non si presenta e risulta quindi assente, la mia giornata di lavoro va bruciata, non percepiró la paga per quel giorno, nonostante mi trovi sul luogo di lavoro e nonostante la mia impossibilitá a lavorare non dipenda affatto da me, essendo la motivazione l’assenza dell’alunno. Altra problematica è il fatto assurdo che ogni anno il nostro monte ore cambi: se, per esempio, per un intero anno scolastico ci sono state assegnate, che so, 15 ore a settimana, è possibile che l’anno successivo si tramutino in 20, in 25, sí, ma anche in 10 o in 5. Questo, evidentemente, rende praticamente impossibile una stabilità economica, con tutto quel che ne consegue. La sicurezza delle nostre vite è costantemente appesa a un filo.

Questi sono alcuni dei problemi principali o almeno più immediati che attanaglia noi lavoratrici e lavoratori dell’assistenza scolastica: ma è solo la punta dell’iceberg. Ci ritroviamo spesso a fare i conti con insegnanti che sminuiscono il nostro lavoro poiché si ritrovano in una posizione “superiore”, di rilievo, un gradino sopra rispetto a noi, che però siamo comunque competenti, volenterosi e laureati; dobbiamo venire incontro alle esigenze e ai bisogni non solo dei nostri assistiti, ma anche delle loro famiglie, dei professori a scuola, degli assistenti sociali nel caso, e della nostra cooperativa, assicurando a tutti indistintamente ottimi servizi e trattamenti… Ma chi pensa al nostro, di trattamento?

È recente, dello scorso agosto, l’accordo stipulato tra i sindacati Cgil, Cisl e Uil, Agci, Confcooperative e Legacoop che riguarda proprio noi, lavoratrici e lavoratori dell’assistenza scolastica: dopo diverse pressioni da parte dell’Inps, poiché per anni gli assistenti educatori nelle scuole non venivano retribuiti per i tre mesi estivi di sospensione delle attività scolastiche, ecco spuntare un accordo che, a detta di sindacati e cooperative, dovrebbe risolvere il problema. Ebbene, il problema forse sarà risolto a livello formale per loro, ma di certo non per noi, perché l’accordo consiste nella trattenuta mensile del ben 30% dal nostro stipendio, sotto la dicitura in busta paga di “flessibilità”, trattenuta che verrà poi ridistribuita nei mesi estivi per garantire una copertura salariale minima ai dipendenti dell’assistenza scolastica. Se a primo acchito l’accordo pare essere favorevole, nella realtà dei fatti quelli che ci smenano siamo sempre noi: come fa una trentenne come me a permettersi la vita, se oltre a essere sottopagata, si ritrova pure a dover rinunciare per forza di cose a una percentuale della quota mensile che dovrebbe percepire? Tale accordo è stato applicato ai nuovi contratti a tempo indeterminato, senza possibilità di scelta: o si firma il contratto così, con questa clausola, o uno diverso non ce n’è. Se, quando ho firmato, mi sembrava un sogno a occhi aperti, troppo bello per essere vero, la possibilità di avere un impiego al tanto agognato tempo indeterminato, è stato devastante accorgersi che questa formula nulla vale se le condizioni di quell’impiego non sono dignitose. Con questo accordo, che mi costringe a trovare una cifra ridicola ogni mese in busta paga, le mia possibilità di permettermi un affitto, di mantenere le spese della macchina, di avere una famiglia e sostenerla economicamente, si riducono drasticamente, fino a toccare lo zero: come potrei mai sostenere tutte queste spese se il mio stipendio risulta essere così assurdamente basso? Il fatto che la mia chance di vivere una vita degna di esser definita tale sia così inesorabilmente castrata dal mio lavoro, che amo e nel quale viene richiesta professionalità e impegno, mi lascia l’amaro in bocca, perché si pretendono quella professionalitá e quell’impegno in cambio di cifre ridicole, come se il solo fatto di esser dipendenti di una cooperativa e di aver a che fare con fragilità fisiche e cognitive giustifichi in toto delle scelte che vanno a minare la vita stessa di chi con quelle fragilità si deve rapportare giorno per giorno.

La mia vuole essere una denuncia, la denuncia delle condizioni di un lavoro che merita molta più dignità e molto più valore di così, data l’importanza sociale che ricopre. I ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine che seguiamo a scuola sono i futuri uomini e le future donne che faranno parte di questo mondo, e nostro compito è accompagnarli nella crescita, sviluppare le loro capacità, sostenerli e facendo in modo che raggiungano i loro obbiettivi. Come è possibile svolgere decentemente questo lavoro, tanto importante, senza il trattamento adeguato? La verità è che senza figure come noi molte famiglie non avrebbero il sostegno necessario, le scuole e i professori andrebbero in tilt, e questo è un dato di fatto. È ora che la gente sappia in che condizioni siamo costrette e costretti a lavorare quando ci prendiamo cura delle loro figlie e dei loro figli, e che venga posta l’attenzione sul tema. E, inoltre, scopo di questa lettera vorrebbe essere anche quello di incitare chi, come me, ha vissuto tutto questo: la nostra voce deve essere ascoltata, le nostre richieste accolte, per ridare dignità a un lavoro che ora si ritrova stremato e moribondo per via delle condizioni alle quali siamo costrette e costretti a sottostare.”

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