Occhi aperti sulla Fase 2: la pandemia, la crisi, il prezzo da pagare

Sono passati circa tre mesi da quei giorni di febbraio in cui tentennamenti e pavidi rimpalli di responsabilità tra governo nazionale e Regione Lombardia condussero alla mancata zona rossa ad Alzano e Nembro e alla drammatica esplosione della pandemia di coronavirus in Val Seriana prima, e in tutta la provincia di Bergamo poi. Una vicenda che rimarrà scolpita nelle menti di decine di migliaia di persone che in questa dannata emergenza sanitaria hanno perso amicizie e parenti, e che ancora grida vendetta. Alcune circostanze di quei giorni sono già ben note. Non solo la nostra redazione, ma anche testate locali e nazionali hanno messo in luce il peso che gli interessi produttivi del territorio hanno avuto sulla decisione di non istituire la zona rossa. Bergamo ha pagato un prezzo altissimo per la centralità industriale che riveste: un macigno ricaduto sui lavoratori e sulle lavoratrici delle imprese che non volevano fermarsi, ma anche su migliaia di abitanti contagiati e contagiate a cascata, e quindi sul personale sanitario chiamato a combattere una battaglia con armi spuntante tanto negli ospedali quanto sul territorio per la totale inadeguatezza del sistema sanitario regionale e di chi lo governa.

Quello che sappiamo oggi è che sia il governo nazionale sia Regione Lombardia potevano istituire la zona rossa e non l’hanno fatto. Conte e Fontana hanno tentennato di fronte agli appelli della classe imprenditoriale a non fermarsi, agli spot di Confindustria sulla Bergamo che continuava a correre, che ci raccontavano che la percezione emergenziale della pandemia galoppante fosse il prodotto di uno monitoraggio eccessivo (oggi è noto che uno dei problemi è stato proprio l’opposto, la mancanza di un monitoraggio esteso), e alla paura che fermare la produzione avrebbe paralizzato l’economia del paese. Poi la situazione è sfuggita di mano, a quel punto è l’intero paese che si è dovuto fermare: si fosse fermata la Val Seriana per tempo, forse non avremmo conosciuto un drastico lockdown e non staremmo piangendo migliaia di morti. Quello che sappiamo è che, se i lavoratori e le lavoratrici non avessero incrociato le braccia (mentre i sindacati confederali indugiavano), oggi il bilancio sarebbe ancora peggiore. Se ad avere la meglio fosse stata la linea dura di Confindustria e i martellanti appelli di Renzi a riaprire tutto e subito, forse oggi parleremmo di un disastro ancora più profondo e incontrollabile.

Ma sarebbe un errore pensare che il pericolo sia ormai alle spalle. L’ossessiva attenzione per veri o presunti assembramenti di giovani all’orario dell’aperitivo ha infatti sostanzialmente silenziato una ripartenza delle imprese che, da inizio maggio, ha interessato senza distinzione tutte le regioni italiane, tanto quelle appena sfiorate dalla pandemia quanto la Lombardia, dove ancora oggi l’emergenza sanitaria rallenta in maniera troppo modesta e pazienti attualmente positivi ammontano a oltre il 40% di quelli complessivamente registrati a scala nazionale. Domanda d’obbligo: l’attuale situazione pandemica in Lombardia non avrebbe dovuto imporre una riapertura scaglionata e dunque altri giorni di attesa prima di dare il via libera alla ripartenza della produzione in province come Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi e soprattutto Milano? La risposta sarebbe quasi scontata, se non fosse che in Lombardia si concentrano le imprese che esportano, il motore industriale del paese, quel comparto produttivo per cui Confindustria ha fatto e continua a fare la voce grossa. Ancora, proprio come a febbraio, la bergamasca deve correre il rischio più grande in nome della performatività economica del territorio. Cosa accadrà stavolta?

A questa domanda ancora non c’è risposta, solo legittima apprensione. Quello che invece stiamo osservando, nel silenzio assordante circa le condizioni di sicurezza a cui i lavoratori e le lavoratrici rientrano nelle imprese, è uno scenario di assoluta priorità accordata al settore industriale, che si accompagna a rivendicazioni arroganti di pezzi del capitalismo italiano che conta. Nell’arrancare di un governo debole, che si è finora piegato a elargizioni a pioggia, per lo più abdicando a compiti di indirizzo e trasformazione del sistema economico, ha preso forma la più grande elargizione di credito garantita dallo Stato, ovvero dalla collettività, che l’Italia abbia mai conosciuto, unitamente a una erogazione record della cassa integrazione, con vincoli fragili già minacciati da tentativi di aggirarne le prescrizioni. È il caso quest’ultimo della multinazionale statunitense Jabil, che, a Marcianise, dopo nove settimane di cassa integrazione causa coronavirus, ha annunciato 190 licenziamenti in barba al vincolo governativo che subordinava l’erogazione della cassa integrazione alla rinuncia a piani di licenziamenti collettivi. Non è un caso isolato, ma un precedente allarmante. Cosa sta facendo il governo di Conte a riguardo?

È lecito domandarlo, specie ora che i tentativi di forzatura di Confindustria suonano come uno sfregio alla salute pubblica. Ha fatto discutere la pretesa delle imprese che il contagio da coronavirus fosse depennato dalle cause di infortunio: una richiesta senza precedenti che nascondeva l’aspirazione a uno scudo penale per alleggerire la ‘pressione’ sulle imprese perché adottassero adeguate protezioni per chi lavora. Può suonare paradossale, ma la sicurezza non è un minimo comune denominatore nemmeno in tempi di pandemia. L’INAIL ha chiarito che i presupposti per l’erogazione di un indennizzo per gli infortuni nulla hanno a che vedere con quelli per il riconoscimento della responsabilità del datore di lavoro, laddove quest’ultimo risponde legalmente delle infezioni di origine professionale solo se ne viene accertato dolo o colpa. Cosa chiedeva dunque Confindustria, un’immunità per le imprese che intendessero sottrarsi dal tutelare la sicurezza del personale? Una pretesa oltraggiosa quella delle imprese, che, oltre all’accesso facilitato a credito garantito dallo Stato, possono fare affidamento ora su contributi a fondo perduto importanti e cancellazione dell’IRAP, voce di imposta attraverso cui le imprese contribuivano al sostentamento dei sistemi sanitari regionali.

E poi ci sono le richieste del ‘grande capitale’ di piani multi-miliardari di credito garantiti dallo Stato. Ad aprire le danze è stata FCA, delle famiglie Agnelli e Elkann, con la richiesta vertiginosa di credito per 6,3 miliardi di euro, che la stampa specializzata reputa ingiustificata dall’attuale adeguata disponibilità di cassa del gruppo, di cui FCA non ha spiegato l’utilità (forse perché il governo avrebbe potuto legittimamente chiedere impegni per rinnovare gli impianti italiani altrimenti obsoleti in un decennio?) e che è giunta nei giorni in cui Elkann riconfermava la maxi redistribuzione di dividenti tra gli azionisti per 5,5 miliardi. Soldi (garantiti dalla collettività) che entrano e soldi che escono per rimpinguare le concentrazioni di capitale delle élite finanziarie; soldi che però sfuggono al fisco italiano, visto e considerato che FCA si è trasferita in Olanda solo pochi anni fa, liquidando sfacciatamente i rapporti con il paese. Eppure, con l’occorrere di una nuova crisi sistemica, FCA bussa di nuovo alla porta del governo italiano, con tutta l’arroganza di chi si sottrae allo sforzo fiscale della collettività, ma conserva le leve per viziare attraverso la stampa le scelte del governo (che pure dovrebbe privilegiare gli interessi nazionali).

FCA non è il solo gigante ad avere avanzato richieste vertiginose di credito garantito dalla collettività. Atlantia, la holding attraverso cui la famiglia Benetton controlla la società Autostrade, di fronte alle resistenze suscitate dalla richiesta di un credito garantito da 1,4 miliardi di euro, minaccia ora di revocare il piano da 14 miliardi di investimenti con cui, all’indomani del crollo del ponte Morandi, la holding si era impegnata a rimediare alle gravi carenze manutentive della rete autostradale (inclusa la compensazione per il ponte Morandi), che per 20 anni ha irrobustito discutibilmente i dividendi dell’azionariato. Una minaccia, insomma, ancora una volta sulle spalle della collettività, dove la sicurezza e l’efficienza della mobilità su strada viene messa sul tavolo come materia di negoziazione. Di nuovo, assistiamo a un flusso immorale di capitale, tra soldi che si pretende entrino nelle casse della holding, e soldi che escono a beneficio esclusivo di azionisti che pesano. E ancora, come nel caso di FCA, quell’intreccio tra settori produttivi e finanza internazionale che condiziona le scelte del governo e invoca vantaggi e concessioni i cui benefici per la collettività sono tutti da dimostrare.

In tutto questo, i movimenti di truppe al confine non dovrebbero fare dormire sonni tranquilli alla popolazione, a cominciare dai lavoratori e dalle lavoratrici. Le famiglie Agnelli e Elkann a inizio dicembre hanno assunto il controllo della società Gedi, così non solo riacquisendo La Stampa, ma anche assimilando il Gruppo L’Espresso, tra cui La Repubblica e altri 13 quotidiani locali. Una potenza di fuoco (e nuove fedeltà) su cui le due famiglie intendono contare attivamente (come dimostra il licenziamento in tronco di Carlo Verdelli, liquidato a fine aprile all’indomani dell’ultima delle minacce di morte indirizzate al direttore di La Repubblica dopo l’ormai noto titolo ‘Cancelliamo Salvini’). E il cambiamento non ha tardato a manifestarsi: a braccetto con Il Corriere della Sera (controllato come La7 da Urbano Cairo) nelle ultime settimane il martellante fuoco di artiglieria verso il Primo Ministro Conte ha sollevato il legittimo sospetto che alcuni settori del mondo industriale fremessero (e continuino a fremere) per un nuovo governo amico, magari un governo di unità nazionale che marginalizzi il Movimento 5 Stelle, valorizzi l’anima confindustriale di Italia Viva e, perché no, riabiliti l’ubbidiente alleato lombardo leghista. È in questo quadro che l’idea di Mario Draghi premier è emersa più volte.

Ecco delineato il quadro a venire. L’imperativo che in basso si esprime oggi nella riapertura totale della Lombardia e nel supporto della produzione come priorità di finanza pubblica (che, ben inteso, grava come un macinio sulla salute pubblica e le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici), in alto fa il paio con aspirazioni del mondo economico-finanziario a un nuovo governo capace di affrontare la crisi attuale con la fermezza di riforme strutturali ‘dolorose ma necessarie’ (una specie di riedizione del governo tecnico di Monti) e l’ossequiosità verso la aspettative confindustriali di una mobilitazione senza precedenti di risorse collettive. La narrazione prevalente dipinge tale disposizione di forze come cura inevitabile per la crisi economica scatenata dalla pandemia di coronavirus, un flagello imprevisto che imporrebbe allo Stato l’imperativo di aiutare il settore industriale vittimizzato dall’emergenza. Ma se si osserva la crisi di sovrapproduzione dell’industria metallurgica e il rallentamento sottostante del comparto automotive, variabili sistemiche precedenti alla comparsa del coronavirus, verrebbe piuttosto da pensare a una crisi economica dalle radici ben più profonde, la cura per la quale (così come caldeggiata dalle élite politico-economiche del paese) ha incontrato nel coronavirus un alleato insperato.

Tale prospettiva palesa l’affacciarsi di una fase di ristrutturazione capitalistica in cui il settore industriale italiano, abituato a vivacchiare su aiuti statali e costo del lavoro tra i più bassi dell’Unione Europea e riluttante a investire in innovazione di proprio, entra impreparato e con ritardo di mercato, assecondato da una classe politica appiattita sul governo dell’esistente e povera di idee, e penalizzato da un disinvestimento in università e ricerca iniziato negli anni Novanta e mai invertito, che, quanto a brutalità e miopia, non ha corrispettivo in altri paesi europei. A meno di un cambio di rotta, a queste condizioni, il costo della ristrutturazione produttiva (o della sopravvivenza alle implicazioni della stessa, nel quadro di un declino economico ‘controllato’) continuerà a ricadere invariabilmente sulle spalle di chi lavora, a scapito di salute pubblica, giustizia sociale e diritti. A maggior ragione perché qualunque ipotesi di intervento fiscale all’insegna di progressività e redistribuzione (vedi alla voce ‘patrimoniale’) resta l’oggetto innominabile dell’agenda politica. Sulle pagine de Il Sole 24 Ore di domenica 31 maggio il vice-Presidente di Confindustria Maurizio Stirpe è stato molto chiaro a riguardo: la necessità ora è quella di depotenziare la contrattazione nazionale in favore di quella aziendale subordinata ai risultati produttivi.

Questa emergenza sanitaria ha impartito una dura lezione alla provincia di Bergamo sui costi sociali della produttività economica del territorio eretta a priorità collettiva. Eppure l’autunno prossimo (se non prima) la stessa provincia potrebbe trovarsi a rivivere la medesima drammatica emergenza. È un fatto che oggi la popolazione bergamasca sia chiamata a misurarsi non solo con gli stessi rischi sanitari dell’inverso trascorso, ma anche il nuovo carico di sacrifici che la ricetta per traghettare le imprese fuori dalla crisi economica esige. Non è un percorso inevitabile: da più parti è stato ribadito a più riprese che la fase attuale potrebbe anche essere l’occasione di un ripensamento del modello di sviluppo economico e sfruttamento del territorio che ci ha condotto all’attuale emergenza economica e ambientale, del nostro stesso stile di vita, del welfare, delle priorità sociali che dovrebbero orientare l’azione pubblica. Per questo l’impegno di BgReport sarà quello di controllare a osservare, analizzare e raccontare la crisi sanitaria ed economica dall’interno, dando voce a chi lavora, accendendo i riflettori su ciò che accade nelle imprese e negli ospedali, mana che nelle nostre strade, dando megafono a chi non ha voce e visibilità come esercizio di democrazia e giustizia sociale. Con gli occhi sempre ben aperti.

Print Friendly, PDF & Email

Leave a Reply

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.