Quello che non torna nel “Contributo di servizio contrattuale”

#machetilamenti – Riceviamo e ripubblichiamo questa lettera ricevuta da una lavoratrice di Bergamo, che espone i suoi dubbi e le sue critiche riguardo il “Contributo di servizio contrattuale”, richiesto dopo il rinnovo del Ccnl delle Cooperative Sociali.

Ricordiamo che chiunque voglia condividere con noi, rimanendo nell’anonimato, le proprie esperienze e le proprie problematiche sul posto di lavoro può mandare un messaggio privato alla nostra pagina Facebook, o una mail a bgreport@autistici.org.

“Ho 26 anni, e sono dipendente di una delle cooperative sociali che si occupano di assistenza scolastica nella bergamasca. Vi scrivo per mettervi al corrente di un episodio avvenuto di recente, che so riguardare tutti i miei colleghi e su cui vorrei si facesse luce. Ho già mandato delle mail per chiedere dei chiarimenti, ufficialmente.

Nelle scorse settimane ho ricevuto una mail, come tutti gli altri miei colleghi, da parte della cooperativa per cui lavoro, una mail che spiegava del rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale delle cooperative sociali, rinnovo firmato dai sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, e che non veniva firmato dal 2012. Alla mail sono stati allegati alcuni documenti, un paio dei quali illustravano gli aumenti una tantum che ci spetteranno, mentre altri due che hanno richiesto una lettura più attenta, e che mi hanno lasciata basita. Il primo è un documento intitolato “Contributo di servizio contrattuale” (che vi allego), in cui viene scritto nero su bianco che “nella retribuzione di  erogazione  della prima quota di una tantum verrà trattenuta ai lavoratori in servizio alla data della sottoscrizione del CCNL 2017-2019 Cooperative Sociali e non associati alle OO.SS firmatarie la quota pari al 0,1% della retribuzione lorda annua calcolata indipendentemente dal tempo di assunzione”. In poche parole (ed ecco perché sono rimasta tanto stupita!) vengono detratti dei soldi ai lavoratori e alle lavoratrici come “pegno” da pagare per il servizio reso dal sindacato. Già come viene presentato il documento, “CONTRIBUTO di SERVIZIO contrattuale”, fa accapponare la pelle… come se io, lavoratrice precaria, come tanti altri della mia età e non solo, debba dare un contributo, un aiutino, a un sindacato al quale NON sono iscritta, per il “servizio” che mi ha reso. Ma non è propriamente il compito dei sindacati quello di tutelare i lavoratori, e quello di rinnovare i contratti? Da quando viene richiesto un pagamento in denaro per quello che dovrebbe essere il loro ABC, il loro compito, il loro lavoro? Da quando si cerca di mettere le mani nei nostri portafogli?!


So bene che lo 0,1% (soprattutto rapportato al mio stipendio ridicolo e all’aumento una tantum, che sarà, di conseguenza, ridicolo anch’esso) è una cifra così irrisoria da far ridere… e potrei fare spallucce e non pensarci. Ma ne faccio una questione di principio, e di rispetto. L’altro documento di cui ho parlavo è un modulo che, se compilato e spedito entro e non oltre il 20 giugno, permette il rifiuto della trattenuta per il “contributo”. E anche qui… devo insomma far sapere io che mi rifiuto, non sono loro a dovermelo chiedere prima di trattenere quella quota, praticamente in automatico, come se gli fosse dovuto? Mi sembra (in)giusto…
Sempre nel documento del contributo di servizio contrattuale, inoltre, vi è un paragrafo che mi ha lasciato, se possibile, ancora più interdetta. Così recita: “l’utilizzo delle risorse derivate sarà finalizzato al potenziamento delle agibilità delle delegate e dei delegati dei posti di lavoro”. Anche qui, non tutto mi è chiaro: cosa significa questa frase? È come se, tra le righe, leggessi che l’agibilità di un delegato sindacale dipenda in qualche modo dalla disponibilità economica. È come se, tra le righe, leggessi che o pago, o rischio che i delegati sindacali non abbiano agibilità nei luoghi di lavoro. Ma questa agibilità non dipendeva dai rapporti di forza che vengono instaurati? Non dipendeva dalla combattività e dagli obbiettivi che un delegato si pone? Da quando è necessario un contributo economico per aumentare l’agibilità (e, quindi, si spera, la forza) di un delegato sindacale che porta avanti le istanze dei lavoratori in un’azienda, in un ufficio, in una cooperativa?

Mi rendo conto di utilizzare toni critici, polemici. E mi si potrebbe rispondere di lasciar perdere, che non si tratta di qualcosa di poi così grave, che posso rifiutarmi di pagare quel contributo e così non sarà mia responsabilità dove andranno a finire quei soldi, come verranno utilizzati e tutto il resto. Ma ormai, ogni volta che al lavoro si presenta una situazione critica, di più o meno spessore, la risposta è quasi sempre questa: “lascia correre, non arrabbiarti, vai avanti, fai il tuo lavoro e non ci pensare”. Sarebbe facile ragionare così, forse, se  non guadagnassi così poco da ritrovarmi con l’acqua alla gola alla fine del mese, aspettando con un’ansia indescrivibile il prossimo stipendio, o se non mi si fossero mai presentate situazioni problematiche al lavoro, in cui o abbassavo la testa o rischiavo di perdere il posto, o se non fossi ormai tristemente abituata al fatto che, quando si tratta di lavoro e di soldi, basta girarsi un secondo dall’altra parte per prendere una quantità infinita di calci nel didietro, o se riponessi ancora una qualche forma di fiducia nei confronti dei sindacati confederali, che ho visto troppe volte porre davanti i propri interessi, piuttosto che quelli, reali, dei lavoratori che teoricamente dovrebbero tutelare. È vero, quella che sto ponendo in questa lettera è una questione di principio: ma perché questo vorrebbe dire che non ha importanza? Ogni cosa ha un principio, un inizio, e dopo anni che sono inserita nel mondo del lavoro e che sempre più di questi principi vengono calpestati, ora mi ritrovo ovviamente a stare con gli occhi aperti sempre e comunque, per evitare di risentirne.
Spero che questo sfogo possa invogliare altri miei colleghi a raccontare le proprie esperienze e i propri dubbi, perché finché rimarranno esperienze e dubbi individuali non avremo la possibilità di parlarne, di sentirci meno soli in questa guerra, di fare qualcosa, insieme.
Grazie.”

 

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