La rivelazione di queste elezioni è l’elettorato di sinistra (anche se non si vede)

 

A meno di 24 ore dalla diffusione dei dati definitivi è ora di tracciare una ricognizione del nuovo quadro politico emerso dalle elezioni del 25 settembre, tanto a scala nazionale quanto a livello locale. Per chiunque abbia seguito con attenzione l’agonia del governo presieduto da Mario Draghi e la campagna elettorale, la distribuzione dei voti sui vari schieramenti e l’astensione record non rappresentano una sorpresa. Giorgia Meloni stravince le elezioni, e Fratelli d’Italia capitalizza i benefici di immagine di una legislatura all’opposizione, affermandosi come primo partito del paese. La Lega, come già anticipato dai numeri mai così modesti del raduno di Pontida del 18 settembre, si sgonfia, mentre Forza Italia tiene botta continuando a riscuotere la simpatia di un segmento di elettorato che, evidentemente, voterebbe Silvio Berlusconi pure imbalsamato. Forza Italia sarà elemento di moderazione in un governo egemonizzato dalle destre radicali, garante di geometrie variabili all’abbisogna, mediatore con un piede al centro a rassicurazione della governance europea e del mondo economico-finanziario? Dipenderà da come Meloni saprà coniugare la nuova veste moderata e (criticamente) europeista con le spinte identitarie del suo partito e navigare la tempesta perfetta dell’autunno freddo in arrivo.

Tra Camera e Senato la coalizione di centrodestra oscilla tra 43 e 44% e distacca nettamente la coalizione di Enrico Letta, ferma a 26,13 e 25,99%. Il PD rimane (di un soffio) il secondo partito del paese, certo, ma senza sfondare quota 20%, schiacciato nella manovra a tenaglia che ne ha segnato la campagna elettorale. Da un lato, il M5S la spunta, ridimensionato ma forte del consenso persistente nelle regioni meridionali. Finché l’alternativa a sinistra è fragile, il movimento guidato da Giuseppe Conte, unica tra le principali forze politiche a sollevare la questione sociale e parlare a chi lavora, continuerà a prosperare. È evidente (e comprensibile) che, in mancanza di altro, per un pezzo di elettorato, il peronismo all’Italiana del M5S sia meglio di nulla. Dall’altro lato, Azione e Italia Viva si attestano al di sotto dell’obbiettivo target, poco oltre il 7,5%, preparandosi a qualunque scenario di cerniera dovesse palesarsi, magari prestandosi a un asse moderato de facto con Forza Italia. Diciamocelo, la creatura di Carlo Calenda sottrae l’oggetto del desiderio a un pezzo di nomenclatura del PD, che si vorrebbe riferimento per la borghesia urbana che abita le ZTL, ma ha indugiato a fare il salto per timore di perdere i voti di una base di elettorato in cui non si riconosce più, e che tuttavia offre ancora una eccezionale rendita di posizione.

Fino a qui, nulla più di quanto letto sui quotidiani, dove l’analisi è centrata su distribuzioni percentuali e di seggi, nel perimetro della politica di palazzo. Mai come in questa occasione, in cui indecisione e scoramento sono palpabili, vale però la pena spostare il fuoco sull’elettorato e azzardare qualche interpretazione delle relative scelte di (non) voto. Il primo tema è quello dell’astensionismo. Confrontando, ad esempio, i risultati in valori assoluti con quelli delle elezioni politiche del 2018, relativamente alla Camera, notiamo che tutte le coalizioni perdono qualcosa, ma è solo il M5S ad essere crollato. Con quasi 6,4 milioni di voti bruciati, è verosimilmente il M5S ad avere nutrito i numeri dell’astensione, di poco superiore ai 6 milioni. Al contempo, il peso relativo delle forze politiche della coalizione di centrodestra è mutato (Lega e Forza Italia perdono oltre 3 e 2 milioni di voti rispettivamente, Fratelli d’Italia esplode da meno di 1,5 milioni di voti agli attuali 7,3 milioni) ma l’esito è a somma zero, con un incremento delle preferenze per la coalizione di meno di 150 mila voti. Cosa è cambiato, dunque? Meloni attira forse segmenti di elettorato di Forza Italia e certamente pesca nell’immensa prateria dell’astensione, ma il suo exploit nel Settentrione suggerisce che il trasferimento massiccio di voti dalla Lega sia stato decisivo.

Ma una delle evidenze meno scontate che giungono da queste elezioni non ha nulla a che vedere con l’incetta di voti di Fratelli d’Italia, bensì riguarda l’entità dell’elettorato progressista che si disperde tra forze politiche anche distanti pure mostrando una sensibilità trasversale su temi sostanziali. Esso è una delle rivelazioni di queste elezioni. Sommando le percentuali catalizzate alla Camera da +Europa, Alleanza Verdi e Sinistra, M5S, PCI, PD e Unione Popolare, si tocca il tetto del 42,5%, a un punto dalla coalizione di centrodestra. Badate, non stiamo suggerendo alleanze impossibili (che, per altro, comporterebbero un’ampia dispersione di voti), ma sottolineando le affinità tra le rispettive basi elettorali. Una panoramica delle strategie comunicative di (e dei temi posti in primo piano da) queste forze politiche aiuta a farsi una idea dell’elettorato a cui si rivolgono. Tutte pongono enfasi su diritti civili (incluso Ius Scholae), legalizzazione della cannabis e transizione energetica pulita; a parte +Europa, propongono salario minimo, lotta alla precarietà e potenziamento del reddito di cittadinanza. Certo, su come mantenere le promesse tra loro non mancano distinguo e ambiguità, ma qui ci interessa piuttosto porre l’accento sulle componenti di elettorato che fanno proprie quelle parole d’ordine.

Su quei temi in cui questo ‘elettorato disperso’ potrebbe manifestare visioni divergenti, sempre attenendosi alle scelte comunicative delle forze politiche di preferenza, vi è invece un consenso trasversale all’intero arco istituzionale. Un terzo dell’elettorato si è indirizzato verso chi, sebbene con diverse gradazioni, esprime contrarietà o prudenza sul coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina, mentre partiti e movimenti con posizioni critiche del, o di opposizione al, governo guidato da Draghi costituiscono una eterogenea maggioranza assoluta. Si tratta di evidenze che mettono in crisi la narrazione governista che, negli ultimi mesi, ha sostenuto Draghi, ma anche, seppure in misura più contenuta, l’acritico allineamento agli interessi geopolitici degli Stati Uniti e all’escalation militare in corso. La totale squalifica elettorale del progetto di Di Maio, sconfitto persino in casa propria dal candidato M5S Sergio Costa, ne è eloquente riscontro. Vi è poi da considerare la crescita dell’astensionismo, di cui non abbiamo informazioni leggibili, e a cui però è difficile attribuire soddisfazione per la legislatura appena conclusa. In generale, tali evidenze la dicono lunga sulla scollatura tra palazzo e società civile, ma anche tra dibattito mediatico e paese reale, che hanno spianato la strada a Fratelli d’Italia.

Nella Provincia di Bergamo, le forze politiche scelte dall’elettorato progressista di cui sopra incassano risultati peggiori. Nel Collegio Plurinominale Lombardia 3 – P02, dove la partecipazione al voto perde quota ma supera la soglia del 73%, alla Camera la coalizione di centrodestra sfonda quota 56%. Il distacco dalla coalizione di centrosinistra (ferma al 23,25%) è schiacciante, il M5S non va oltre un 6,09%, l’elettorato disperso da noi attenzionato si attesta a circa 25 punti dalla coalizione di centrodestra. Lo scarto si assottiglia al 15% se allarghiamo lo sguardo alla Lombardia, ma la sostanza è la stessa. Eppure, proprio in questo scenario politico così netto, emergono elementi che ci aiutano a leggere tendenze generalizzabili. Nel Collegio Plurinominale Lombardia 3 – P02, l’unico esito in relativa controtendenza è quello della città: le coalizioni di centrodestra e centrosinistra si attestano rispettivamente a 38,26% e 34,05%, mentre l’insieme delle forze politiche oggetto della nostra osservazione supera sorprendentemente quota 41,4%. Interessante notare come tale esito si inverta però allontanandosi dalla città, con percentuali assegnate alla capolista tra 44% e 56% nei comuni della prima cintura, e tendenzialmente superiori al 60% addentrandosi nelle Valli. Le sinistre finiscono dunque sul confine delle ZTL?

I risultati delle elezioni europee del 2019 ripartivano i quartieri tra Lega e PD, dove quest’ultimo vinceva nel centro. Dalle elezioni comunali dello stesso anno, invece, usciva un plebiscito per Giorgio Gori (eccetto Grumello al Piano, quartiere più deprivato della città), verosimilmente derivante tanto dalla storica base elettorale progressista del partito quanto dalla borghesia urbana, convinta da quel sindaco manager che vanta la medesima estrazione e agisce di conseguenza. Cosa è cambiato? L’entrata in scena del polo di Calenda, che, nel Comune, doppia il dato nazionale toccando soglia 16%, e appare come nuovo referente della borghesia urbana. Eppure, al netto dei voti moderati persi, il PD resta primo partito della città, sostenuto dall’elettorato cattolico progressista che ne è la vera base di consenso locale (la candidatura acchiappavoti di Giacomo Angeloni, Assessore e volto della Caritas, non è casuale). Il PD ha davvero bisogno di voti moderati per arginare il ‘pericolo fascista’ (ormai un mantra quasi grottesco per mobilitare una base progressista devota ma stanca) o tale bisogno risponde al sogno libidinoso della sua dirigenza? In attesa di riposte ci accontentiamo del dato presente: l’elettorato progressista, epurato dei voti moderati del PD, vale il 41,4%, adombrando il risultato locale delle destre. Fact.

Certo, in una città come Bergamo, dove la questione sociale che sta investendo il paese è meno pressante e il reddito pro capite è tra i più elevati, anche una alleanza comunale del PD con Azione e Italia Viva vincerebbe facile. Ma, nel caso, non sarebbe una necessità, bensì una scelta di campo del PD. E ciò pone ancora con più forza la questione di quel 41,4% di votanti che esprimono una preferenza progressista, e di quel malcontento che il tonfo del M5S, anche nel Comune di Bergamo, consegna in parte all’astensionismo, con una differenza rispetto ai dati 2018 alla Camera di oltre 7 mila preferenze. Il tema dell’astensione non si esaurisce comunque con il tonfo del M5S. Malgrado la consistenza dell’elettorato progressista, dobbiamo osservare che tutte le forze a sinistra del PD, in valori assoluti, perdono quota, sebbene in questo caso le perdite si misurano in centinaia di preferenze. Dove sono andati a finire questi voti a scala comunale? Sono 200 votanti in meno, che, sommando le preferenze smarrite da +Europa, sfiorano il migliaio, e con quelle perse dal M5S valgono quasi l’exploit locale della creatura di Calenda. Dove è andato a finire questo pezzo di elettorato? Ecco, forse bisognerebbe ripartire da questo dato, e da quello relativo alla distribuzione provinciale del voto, per ripensare il ruolo locale delle sinistre.

È oltremodo evidente che, nei comuni della Provincia di Bergamo, il reddito pro capite diminuisce allontanandosi dall’area urbana di Bergamo, che per sommi capi comprende il comune capoluogo e la prima cintura di comuni confinanti. Sempre per sommi capi, il successo della candidata capolista della Lega e di quello di Fratelli d’Italia alla Camera cresce nei due collegi in questione mano a mano che ci si allontana dalla città. Nei comuni della provincia con reddito pro capite inferiore a 17 mila euro l’anno (per intendersi, inferiori a quello della Campania), solo in 2 casi catalizzano poco più del 56%, mentre nei restanti comuni il dato è sempre superiore al 62%, con 3 casi oltre l’80%. Parliamo delle cosiddette aree interne, che il Forum Disuguaglianze Diversità di Fabrizio Barca ha identificato come priorità per il paese. Parliamo di condizioni di deprivazione che nel Meridione ingrossano la base elettorale del M5S, mentre qui producono uno spostamento storico dalla Lega a Fratelli d’Italia, comunque sempre nel segmento più a destra dell’arco istituzionale. Non abbiamo suggerimenti, ma è chiaro che identificare le ragioni di questo opposto orientamento politico espresso dalle quote più deprivate dell’elettorato nelle regioni settentrionali e in quelle meridionali è una chiave di volta per interrogarsi sul che fare.

A parte le 4 mila preferenze perse dal PD tra 2018 e 2022, come è messa la sinistra bergamasca? Le componenti della coalizione di governo a guida PD sono appendici. Nel primo mandato di Gori e in quello in corso si sono allineate ai diktat della Giunta (anche su temi ambientali come lo sviluppo aeroportuale e il consumo di suolo, su cui il governo locale dimostra scarsissima sensibilità). Europa Verde, nel primo congresso nazionale a marzo 2022, incalzava pubblicamente Letta a parlare di alleanze (e seggiole), prima ancora di avere un programma. Più a sinistra restano 800 voti e la certezza che tra le fila dell’astensione si annidino componenti progressiste deluse e arrabbiate, a cui andrebbe restituita speranza. È su quelle componenti che il M5S si stabilizza come terza forza del paese, e prima nel Meridione (dove si concentrano, non a caso, le condizioni di più grave deprivazione), con un pugno di proposte concrete su cui dare battaglia per rispondere subito ai bisogni sociali emergenti, e che le sinistre si sono trovate a rincorrere (vedi reddito di cittadinanza e salario minimo). E nulla si è detto a riguardo di milioni di residenti di origine straniera, contribuenti in buona misura ma senza diritto di rappresentanza. Come si collocherebbero le decine di migliaia di giovani a cui lo Ius Scholae permetterebbe di votare?

Insomma, ce n’è abbastanza per avviare una riflessione aperta e inclusiva che guardi al presente delle sinistre con il pessimismo della ragione e al futuro con l’ottimismo della volontà. Occorrono entusiasmo, idee e pragmatismo. C’è un elettorato disperso che attende.

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