Educatori a scuola: un contratto a tempo indeterminato, ma un monte ore diverso ogni anno

 

Riceviamo e pubblichiamo una lettera scritta da un’assistente educatrice che lavora da anni nelle scuole della città, per parlare ancora una volta delle condizioni in cui si ritrovano a operare queste figure fondamentali dell’assetto scolastico. 

Ricordiamo che chiunque voglia condividere con noi, rimanendo nell’anonimato, le proprie esperienze e le proprie problematiche sul posto di lavoro può mandare un messaggio privato alla nostra pagina Facebook, o una mail a bgreport@autistici.org.

“Lavoro per una cooperativa sociale locale ormai da anni, sono assistente educatrice in una scuola di Bergamo. Quando ho cominciato questo lavoro non sapevo se avrei ottenuto il tanto desiderato tempo indeterminato: prima di iniziare a lavorare nelle scuole, la mia esperienza consisteva in turni nei bar e nei ristoranti, sempre rigorosamente in nero, e sotto-pagata. Quando cominciai a lavorare per la cooperativa firmai il primo contratto della mia vita, ed ero felice (anche se guadagnavo pochissimo, perché non mi era stato assegnato un caso specifico, ma dovevo limitarmi a coprire i buchi lasciati da colleghi o colleghe per malattia, permessi e così via). Poco dopo, però, ecco che mi proposero l’indeterminato: ricordo che a quel punto ero euforica, perché ero giovane e già firmavo un contratto che, negli anni, avevo sempre ritenuto una specie di miraggio, oltre che una possibile futura garanzia. L’indeterminato, tendenzialmente, dovrebbe rappresentare per un lavoratore o una lavoratrice la sicurezza di un posto sicuro, e quella di percepire uno stipendio per un lasso di tempo piuttosto lungo, indeterminato, appunto. A quell’età, in piena crisi economica e dopo essere passata da un lavoro mal pagato e non tutelato all’altro, quella proposta mi rasserenò. Ma durò poco.

In quel periodo avevo deciso anche di andare a vivere finalmente per conto mio, cercando disperatamente un appartamento che fossi in grado di mantenere, dal momento che gli affitti in città sono ormai proibitivi, soprattutto se si è soli. Trovai un posto minuscolo, non avevo neanche un letto vero e proprio, e in realtà non costava pochissimo, ma ero fiera di vivere finalmente unicamente delle mie finanze, perché ormai avevo quasi trent’anni e avvertivo questa necessità. Avevo le mie buste paga a farmi da garanti, e anche il mio tempo indeterminato che praticamente tutti i proprietari di casa chiedono prima di accordarsi per un contratto d’affitto. Andai a vivere lì nel mese di maggio. Poi finì la scuola, e io passai l’estate a lavorare in centri ricreativi (perché facendo l’educatrice nell’assistenza scolastica non vieni pagata nei mesi estivi in cui gli istituti sono chiusi).

Ma l’estate passò in fretta, e tornò settembre. Dalla cooperativa ricevetti la consueta telefonata per aggiornare i dipendenti sulla loro sorte, e lì scoprii che al posto delle quasi 40 ore settimanali svolte l’anno prima, ne avrei lavorate la metà. Con conseguente cambio di stipendio (già l’anno pima non arrivavo ai 1000 euro al mese, giusto per chiarire). Ero appena andata a vivere in affitto e tutti i miei calcoli e i miei sacrifici diventavano futili con una semplice telefonata. Sbraitai fino ad ottenere qualche ora in più, poca roba, che comunque non mi permise di raggiungere il monte ore precedente e sul quale avevo basato la mia vita, e le mie spese, fino a quel momento. Fu terribile, ed è così ogni anno: ogni agosto inizio a sentirmi in ansia perché da una telefonata che arriverà di lì a un mese, e da decisioni su cui io non ho alcun potere, le mie ore di lavoro possono cambiare e ridursi, e le mie possibilità di vivere la vita che mi sono scelta sono sempre appese a un filo, costantemente precarie e incerte, nonostante io abbia firmato un contratto a tempo indeterminato (che, ripeto, non solo non mi garantisce un euro nei mesi estivi, ma inoltre varia di anno scolastico in anno scolastico a livello orario)! E quanti miei colleghi e colleghe si trovano nella stessa situazione? Forse qualcuno ha la fortuna di avere un convivente con il quale dividere le spese, forse qualcuno non ci prova neanche a vivere per conto proprio, perché non ne ha la possibilità. E quanti arrivano alla fine del mese in totale tranquillità? Il paradosso di un contratto a tempo indeterminato, che dovrebbe rappresentare una parvenza di sicurezza e che invece può modificarsi, in peggio, ogni fine estate, è desolante.

Lavorare a diretto contatto con ragazzi e ragazze affetti da patologie a volte gravemente inibitorie a livello fisico e/o cognitivo, aggiungerei all’interno di un contesto scolastico troppo spesso impreparato ad accoglierli, rappresenta una costante sfida. Io adoro il lavoro che faccio, lo sento nelle mie corde più di qualsiasi altra occupazione che possa immaginare, e non vorrei abbandonarlo, ma la verità è che costringe me e tanti altri a una vita di insicurezze. E al tempo stesso, ovviamente, lasciare il lavoro in un periodo del genere non rappresenta un’alternativa sicura per nessuno di noi. Anche perché non è abbandonandolo che le cose cambieranno: dopo di me verrà assunta magari una ragazza che si troverà nella mia stessa identica situazione. I sindacati maggiori in questo settore hanno tramutato il loro sacrosanto compito da spina nel fianco dei datori di lavoro per portare le proteste e le istanze di chi lavora a una patetica e remissiva richiesta di attenzioni, più o meno fasulla, e non convincono, non risultano in alcun modo funzionali ai lavoratori, che purtroppo poi, spesso, neanche ci provano a unirsi e a lottare per cambiare le cose. Perché è complesso farlo, soprattutto se quei grossi sindacati sono i primi a firmare accordi che vanno contro gli interessi dei lavoratori stessi (qui si aprirebbe un ulteriore capitolo, a dir la verità). Si perdono fiducia e speranza nel cambiamento, e a ragione. Questo del monte ore che cambia repentinamente ogni anno è solo uno dei punti critici di un lavoro che non viene tutelato, anche se poi ogni occasione risulta buona per guardarci con ammirazione ed elogiare l’importanza delle nostre mansioni, di noi che aiutiamo con ogni mezzo a nostra disposizione delle persone tanto più fragili, che necessitano una cura e una dedizione costanti. Riconoscere l’importanza di un mestiere tanto fondamentale è d’obbligo: ma alle parole devono seguire i fatti, perché gli educatori e le educatrici, come si suol dire, non campano d’aria, ma, come deve essere per ogni lavoratore sulla faccia della Terra, di diritti osservati e tutelati, e dunque di stipendi dignitosi per poter garantire una vita dignitosa. Il mondo dei lavoratori e delle lavoratrici che operano all’interno delle cooperative sociali è vasto, disseminato di incongruenze e porcherie; è necessario prima di tutto portare all’attenzione di più persone possibili, anche delle stesse famiglie dei ragazzi e delle ragazze che seguiamo, le condizioni del nostro lavoro, affinché non ci siano solo pacche sulle spalle per dirci “quanto siamo bravi”, ma coesione e consapevolezza. Spero che altri desiderino raccontare la propria esperienza, atto fondamentale per conoscerci, alzare la testa… e incrociare le braccia.”

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