Ritirato in Lombardia l’emendamento sull’obbligatorietà di sepoltura degli embrioni

Bergamo– Se l’intenzione era quella di passare inosservati, non ci sono riusciti: infatti, la mozione per l’obbligatorietà di sepoltura degli embrioni (frutto di aborti spontanei e volontari) presentata dalla Lega al Consiglio regionale lombardo ha creato molto scalpore negli scorsi giorni, denunciata inizialmente sui social dai membri dell’opposizione e poi ripresa dalle principali testate giornalistiche. L’obiettivo era cancellare la legge regionale di Febbraio 2019, con cui si era tolto l’obbligo di sepoltura, introdotto nel 2007 dal consiglio regionale a guida di Formigoni.

La vicenda è nota: la sera del 25 Luglio, al Pirellone, si discuteva da ormai dieci ore della legge di bilancio con relativi emendamenti; alle 23 circa, è emerso che una delle modifiche in discussione riguardava la reintroduzione dell’obbligo di sepoltura degli embrioni, argomento quantomeno fuori contesto. Alle proteste delle opposizioni (si è giunti anche allo scontro fisico tra due consiglieri regionali), la seduta è stata rimandata alla mattina seguente, quando, sotto la pressione mediatica e politica, la Lega ha deciso di ritirare l’emendamento.

A destare scandalo è stata innanzitutto la modalità con cui la modifica è stata presentata: quasi in sordina, in tarda sera, all’interno di una discussione che verteva su altro, non a sproposito qualcuno ha parlato di agguato. La speranza, probabilmente, era che, considerate le precedenti dieci ore di discussione, l’emendamento passasse sotto silenzio. Vergognoso, innanzitutto, che si cerchi di legiferare con questi mezzi squallidi su un tema così delicato e importante.

In Italia, infatti, la legge (il decreto del Presidente della Repubblica n. 285 del 1990) prevede in automatico la registrazione all’anagrafe e la sepoltura dei feti solo dopo le 28 settimane di gravidanza (prima di quella data viene infatti considerato aborto), ma dispone che in qualsiasi momento della gravidanza sia la famiglia, entro le successive ventiquattro ore, a chiedere all’istituzione sanitaria la consegna dei resti per la sepoltura, se la desidera.

In realtà però già nel 1988, l’allora Ministro della sanità, Carlo Donat Cattin, con una circolare aveva previsto il seppellimento dei resti anche in assenza di richiesta dei genitori perché «lo smaltimento attraverso la linea dei rifiuti speciali urta contro i princìpi dell’etica comune».

In sostanza, le indicazioni nazionali sono contraddittorie e lasciano alle regioni la possibilità di legiferare in materia in modo più specifico. Tanto che in Veneto con una legge regionale approvata nel 2017 vige l’obbligo di sepoltura di embrioni prima delle 20 settimane di gravidanza anche senza il consenso della madre (in quel caso, sarà l’ospedale ad occuparsene). Non dimentichiamo inoltre chi si fa carico della sepoltura: infatti se essa non avviene a spese della famiglia, l’ospedale può stipulare convenzioni con associazioni (come “Ora et labora per la vita” o “Difendere la vita con Maria”) che se ne occupino, spesso di stampo cattolico ed antiabortista, pronte ad organizzare funerali e sepolture per embrioni e feti, spesso senza che la madre ne sappia nulla.

Quindi, non sorprende che si metta mano a questo argomento proprio in questo periodo, in cui si susseguono gli attacchi alla legge 194 e in generale al diritto delle donne di scegliere liberamente sul proprio corpo: anche a Verona, lo scorso ottobre, era stata discussa in consiglio comunale una mozione simile, poi respinta, mentre era stata approvata la 434, che dichiarava Verona “città della vita” contro l’aborto.

Parallelamente, in Lombardia, solo a febbraio di quest’anno è stata approvata all’unanimità nel regolamento regionale la precisazione per cui la sepoltura degli embrioni debba essere effettuata solo su richiesta della donna; è stata così finalmente modificata la legge del 2007, approvata sotto la giunta Formigoni, che equiparava gli embrioni abortiti ai rifiuti ospedalieri speciali e obbligava quindi alla sepoltura, anche senza la volontà della madre. Ai feti, inoltre, definiti “prodotti del concepimento”, era dovuto, secondo l’allora presidente della Regione, “in ogni caso un minimo di rispetto”. A quanto pare, più che alla decisione della madre di interrompere la gravidanza.

Quanto accaduto il 25 Luglio, però, ci mostra quanto queste conquiste siano ancora da presidiare e da difendere in continuazione dagli attacchi di chi vede nella libertà delle donne un pericolo.

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